Progetti nel cassetto, anteprima.

-Dai Alice, saluta Thomas.-

-Salutare? E che vuol dire?-

-Come che vuol dire? Digli ciao, non vedi che sta tornando a casa sua?-

-Ma io non voglio dirgli ciao, lui ha detto che avremmo giocato insieme per sempre.-

-Per sempre?-

-Si mamma, per sempre.-

-Ma il per sempre non esiste. E’ una frase di circostanza che ogni tanto si dice.-

-Nel tuo mondo, forse. Ma nel mio mondo esiste, e se Thomas lo ha detto vuol dire che è vero.-

E invece, Alice, Thomas non lo rivide più. Gli dovette dire il ‘ciao’ più addio del mondo, con quel retrogusto agrodolce che sfriziona sulle papille tanto da irritarle e indolenzire la lingua; lo scrutò mentre si allontanava controvoglia, col braccio strattonato dalla presa salda di una madre che, proprio come la sua, aveva smesso di sognare prima del dovuto. E se ne rese conto solo dopo parecchi anni di quanto la donna avesse ragione, all’epoca; si nutrì delle consapevolezze necessarie a farle intendere quanta crudeltà ci fosse intorno, quanto egoismo e quanto malumore, e si arrese all’idea di poter giocare per sempre insieme al suo Thomas. Lui svanì semplicemente, se ne dissolsero i contorni sempre meno nitidi, ne svaporò il caldo profumo, e lei si strinse nelle spalle e arresa sospirò.

Caro Thomas, mi mancherà ancora per molto il te del per sempre, concluse.

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Annotazioni, parte 1.

A volte, fa male tanto che non respiri. Ti tramonta il cuore, ti si appanna la mente, e a fatica le palpebre trattengono l’apoteosi di tanto dolore.
La ruota gira e le circostanze si ripetono, si aprono vecchie ferite, e tu non impari mai, non guarisci mai. Tu soffochi.

Non è raro che ci pensi.

Ed è in quegli attimi disegnati senza sbavature, alimentati da una strana bramosia che s’è fatta ormai spazio tra le costole che ti ritrovo: composto, innocente, carico dell’odore buono che si ripercuote in ogni angolo intorno a me. Mi soffermo a pensare e ti vedo, ti vedo pure se sei lontano, poi ti sento e ti figuro, e l’incerto prende sembianza, ti ricompone.

Quando mi manchi e non so che fare gioco a cercarti tra i profumi per vincere infine quando ti trovo, ed è di nuovo il principio, e lo sviluppo, e la fine. Fiorire e sfiorire insieme, all’alba di ogni altro giorno, per inseguirsi sempre ma non stancarsi mai.

È tuo, il cuore mio, d’ora in poi.

Poveri uomini, poor men.

Prendete una testa vuota, un muro di mattoni (sì, dai, di quelli in terracotta che fanno impazzire vostra madre, tra il rustico e il rétro) e riproducete un car crash in miniatura, stando attenti a non farvi troppo male ma riuscendo comunque a risvegliare i vostri neuroni, assopiti dal tepore del caminetto che ha fatto da sfondo alle vostre trascorse domeniche invernali. Ancora non funziona? Riprovateci. Riprovateci, tanto finché non c’è il sangue non è grave; e se poi c’è il sangue, allora chiamate il centodiciotto, così vi aprono certamente una corsia preferenziale per saltare la coda in psichiatria. Non per niente, ma almeno il vostro essere un fottuto caso umano di merda avrà una pseudo-giustificazione e tutti noi potremmo tornare a vivere la nostra esistenza con una leggerezza maggiore. E, attenti, non ho detto che dovete sfracellarvici contro, no; dovete solo simulare e prenderlo a testate, come fareste col vostro peggior nemico, con quello che v’ha fottuto la tipa o che si è scopato la vostra ex. Amici amici e poi, SBAM, il fattaccio. E lui si giustifica, e tu per un pezzo lo guardi e lo stai ad ascoltare, e poi con la fronte miri a frantumargli il setto nasale, mentre alla lurida riservi un trattamento più regale -un trattamento a quattro stelle, diciamo- e le auguri la buonanotte con un bel TROIA scritto a caratteri cubitali. Consolandoti con la scusa dell’avere il cuore a pezzi, infine ti incammini verso la fatidica notte brava che -stando alle tue constatazioni- ti meriti assolutamente, e nessuno ti persuade dal trascorrerla in discoteca tra alcool, pompini e limoni, come un vero badass, di quelli che ci credono e rimorchiano con uno schiocco di dita. E che mi prenda un colpo se è vero il contrario, son certa che la parte in cui vi sentite più gasati, è il mattino successivo quando aggiornate il vostro status dicendo che siete stramortiti dai postumi ma che la troietta ve l’ha data lo stesso e che quindi vi meritate solo applausi dai vostri “bro” pronti più che mai ad acclamarvi come you’re the best & fuck the rest con una cascata di likesss. Siete pieni –svuotati, ma pieni– di voi e così andate avanti finché non inciampate negli slip di quella che vuole rimettervi la testa a posto -sempre che non l’abbiate persa del tutto nel sopracitato car crash- quella coi progetti, che vuole i bambini e che è capace di convincervi del fatto che li volete anche voi e che non ci sia cosa più bella dello svegliarsi alle due di notte per placare l’ennesimo pianto disperato di un marmocchio che si è improvvisamente catalizzato tutte le vostre attenzioni, riducendovi a sfondarvi di pippe nel bagno del vostro ufficio e a sbavare dietro alla tipa della fotocopiatrice perché tanto ormai lei -la vostra lei- ha sempre mal di testa. E’ così che arrivate ai quaranta e che siete ormai vissuti. Ma vissuti come? Vissuti di che? Ve lo chiedete mai? Ma sì che ve lo chiedete, però siete in trappola ormai, no? Tra il mutuo e le bollette da pagare, ormai, siete costretti a resistere fino alla pensione -purché arrivi, ad un certo punto- e soltanto allora potrete liberarvi dell’agognato peso e tornare a fare i maiali, sotto alle gonne delle vostre badanti. Morirete tra gli stenti e gli affanni perché il cuore non vi regge, ma felici e senza denti, e allora sì che sarete dei veri duri –la pasticca blu– sì che il vostro ex migliore amico si sentirà in colpa, sì che ammetterà di aver sbagliato a trombarvi la tipa quando eravate alle superiori, sì. Sì, credeteci. E poi svegliatevi.

 

 

(Siamo tutti belli, tutti bravi, tutti buoni. Si fa pe’ ride e pe’ scherzà, suvvia.)

Ti guardavo tanto e tu non sorridevi.

E’ un peccato tornare, ogni volta. Mestizia, dispiacere. Perché significa che qualcosa è andato storto, di nuovo. E’ paradossale quasi quanto uno di quei fottutissimi circoli viziosi nei quali entri inconsapevolmente e dai quali non esci più: un cane che si morde la coda; un lutto, e poi un altro che lo segue. Non è forse tutto nero, ma comunque tendente al plumbeo d’un orizzonte ormai spento nell’ultimo istante che lo separa da un temporale violento. Si parla solo di pioggia e di quotidianità mancata. E si serba tutto qui perché almeno nessuno si prende l’onere di giudicare, né di lamentarsi d’una costante monotonia. “Così è (se vi pare)”, diceva Pirandello. Questa è la realtà dei fatti, nuda e cruda, dalla quale non si scappa. Oggi, non ho voglia di mangiare. Oggi, ho voglia di rannicchiarmi sotto le coperte e piangere, macchiare il cuscino col mascara e poi lasciare che si asciughi e che tutto torni alla normalità. Apro e chiudo una parentesi, ci resto in mezzo ancora per un po’ perché mi piace pensare a come sarebbero potute andare le cose, pure se poi -le cose- alla fine, sono andate in maniera diversa. Voi ci riflettete mai? Come sarebbe stato se, cosa avrei fatto, cosa avrei detto? Forse niente, forse sarei rimasta in silenzio pure in quel momento perché incredula, perché io so scrivere delle cose, ma non so viverle, non so vivermele. Il timore della fine fa sì che io non ne sfiori neanche l’inizio, resto immobile ad un passo dalla linea di partenza, a sonnecchiare tra infinite paturnie, a scervellarmi riguardo la complessità di circostanze in fin dei conti fin troppo banali per una mente tanto trasversa, probabilmente malata.

Ogni volta che salgo un gradino, senza accorgermene, ne scendo altri due. Un po’ per paura, un po’ per preoccupazione, e un po’ perché sono così: drasticamente sbagliata e disattenta. A forza di celare emozioni dietro sorrisi finti mi son pure dimenticata di cosa voglia significare provare qualcosa di reale e quando, invece, ciò che si sente sia solo stupida illusione. La stessa stupida illusione che campeggia nell’universo parallelo presso il quale ho trasferito la mia testa e i miei pensieri, lasciando da solo il corpo in questa landa desolata che è la terra, tra mortali comuni tanto quanto lo sono io. Umani, solo umani, come me.

Era giunto il momento di svegliarsi, poi qualche incidente di percorso ed ho perso anche questo treno.

Aspetto il prossimo, dentro ad una stazione invecchiata, mentre mi ricordo di quella volta che ti guardavo tanto e tu non sorridevi.

Tu che cambi la temperatura.

Credo sia colpa della pioggia battente che si disegna irregolare sui vetri sporchi delle grosse finestre in legno massello che adornano ogni singola stanza di questa stretta casa, o magari è il buco allo stomaco, o forse ancora il cerchio alla testa, o i brividi misti alla musica e al termosifone che sputa fuori un calore leggero nel quale mi crogiolerei volentieri, se solo non fossi costretta a ripercorrere con la memoria a ritroso ogni singolo avvenimento capace di avermi in qualche modo sconvolto negli ultimi dodici mesi. Che poi, dodici mesi sono relativi, perché in realtà manco me la ricordo più la data precisa di certi pezzi di vita. Riaffiorano e basta, spruzzano nell’aria un po’ di nostalgia e si acquietano in un nuovo sonno. Beati loro che riescono a dormire.

Vorrei sentirne lo scalpitio, delle gocce, e in verità ne percepisco solo un flebile frastuono che si confonde con la melodia in sottofondo, magari più tardi apro un’anta e resto a fissare -col vento sul viso- le leggere cascatelle che scivolano giù dai canali del tetto. M’infreddolisco per un paio di minuti e poi richiudo la finestra, giusto per sentirmi un po’ meno sepolta in questo mare melodrammatico.

Ero indecisa se curarmi con gli Eugenio in via di gioia o con I Camillas, e alla fine ho optato per i secondi, ché forse i primi cantavano di troppo senso per un momento come questo, dove l’ordine logico d’un quotidiano svolgersi pare assorto in un retroscena sconosciuto. Mi diletto a scorrere con estrema rapidità la playlist finché non inciampo nel ritmo perfetto, che puntualmente tarda a giungere, nemmeno fosse un treno di Trenitalia, insomma. Che manco il mio ciclo ci mette così tanto ad arrivare, di solito.

Poi, nell’incredulità, lo trovo. Con la stessa casualità con cui ho trovato l’ennesimo stronzo che si è messo in mezzo ai miei piani senza domandare neppure se potesse disturbare. E’ una voce leggiadra, quasi un’eco, un sibilo. Pare un bel motivetto, non proprio ballabile, ma che però ti farebbe quasi venire voglia di andare lì e dirgli in faccia di prendere per mano i suoi piani di merda, il suo ego e i suoi pregiudizi e di andarsene tutti e quattro allegramente a fanculo, senza ripresentarsi più. Terminato il siparietto, infine, prima dell’applauso e prima che le nostre forme si nascondano dietro ai tendoni rossi, prenderlo per i fianchi -senza irruenza, giusto appoggiarvici sopra le mani tremanti- e schioccargli sulle labbra un bacio dapprima a stampo e poi meno timido, prolungato tanto quanto basta a ritrovare ancora una volta quel buon sapore che temevi d’esserti scordata. Un bacio distratto in mezzo alla folla, con lui che è frastornato e sconvolto e tu che sei viva e soddisfatta. E scoppiare per ultimo in una fragorosa risata, e abbassare gli occhi, e voler d’improvviso ridere e piangere e urlare, e confondere i pensieri con le paure e i tormenti. Dimenticare i pianti, ricordare la gioia, mordersi le labbra mentre si ripercorrono sorrisi che c’eravamo scambiati e dedicati, tra mille bugie e qualche verità sussurrata in mezzo a parole sdolcinate e retoriche.

E, non ti preoccupare, se tu te lo sei dimenticato ci penso io a ricordarmelo.

Grandi cose a te, vivace creaturina.

“A volte, nelle notti di dicembre mi sembra di vedere tutto chiaro.”

Tornerà tutto a posto.

Lo farà, oggi probabilmente. Perché le parole bruciano i polpastrelli e intricano la lingua, e allora io scapperò per tornare al centro esatto d’una città qualsiasi, casa nostra.

Stasera scendo in strada a cercarci, lo giuro. Mi metto a urlare e ti faccio un fischio se ci trovo, e se non mi senti vuol dire che sono tornata a dormire prima del valium e di un TSO. A proteggermi sono brava anche da sola, ci credi?

E pure se tu dovessi sentirmi, forse non mi riconoscerai, perché -in verità- non mi hai mai conosciuto. Non hai inidizi ai quali appigliarti, e non ce li ho neppure io, che non so chi sei né dove vuoi andare.

Non ci basterà più una piazza, vero? Non ci basterà la luna, non ci basteranno le luci e il frastuono di chi vacilla ubriaco senza appoggiarsi al muro; nulla è sufficiente quando si vuol fingere che nessuno ci abbia visto o vissuto.

Così è e così sarà. Serberemo quel niente microscopico in una scatola da scarpe rivestita con carta da pacchi a fiori bianchi e rossi, la stessa in cui avevo incartato un paio di pensieri che non ho fatto in tempo a regalarti, e scompariremo. Tutto tornerà a posto, puoi scommetterci. Tutto è già tornato a posto.

E anche io ci ho messo un punto.

 

“Volevo solo scomparire in un abbraccio, confondermi con… E non mi importa se non mi ami più, e non mi importa se non mi vuoi bene.” (Calcutta)