Tu che cambi la temperatura.

Credo sia colpa della pioggia battente che si disegna irregolare sui vetri sporchi delle grosse finestre in legno massello che adornano ogni singola stanza di questa stretta casa, o magari è il buco allo stomaco, o forse ancora il cerchio alla testa, o i brividi misti alla musica e al termosifone che sputa fuori un calore leggero nel quale mi crogiolerei volentieri, se solo non fossi costretta a ripercorrere con la memoria a ritroso ogni singolo avvenimento capace di avermi in qualche modo sconvolto negli ultimi dodici mesi. Che poi, dodici mesi sono relativi, perché in realtà manco me la ricordo più la data precisa di certi pezzi di vita. Riaffiorano e basta, spruzzano nell’aria un po’ di nostalgia e si acquietano in un nuovo sonno. Beati loro che riescono a dormire.

Vorrei sentirne lo scalpitio, delle gocce, e in verità ne percepisco solo un flebile frastuono che si confonde con la melodia in sottofondo, magari più tardi apro un’anta e resto a fissare -col vento sul viso- le leggere cascatelle che scivolano giù dai canali del tetto. M’infreddolisco per un paio di minuti e poi richiudo la finestra, giusto per sentirmi un po’ meno sepolta in questo mare melodrammatico.

Ero indecisa se curarmi con gli Eugenio in via di gioia o con I Camillas, e alla fine ho optato per i secondi, ché forse i primi cantavano di troppo senso per un momento come questo, dove l’ordine logico d’un quotidiano svolgersi pare assorto in un retroscena sconosciuto. Mi diletto a scorrere con estrema rapidità la playlist finché non inciampo nel ritmo perfetto, che puntualmente tarda a giungere, nemmeno fosse un treno di Trenitalia, insomma. Che manco il mio ciclo ci mette così tanto ad arrivare, di solito.

Poi, nell’incredulità, lo trovo. Con la stessa casualità con cui ho trovato l’ennesimo stronzo che si è messo in mezzo ai miei piani senza domandare neppure se potesse disturbare. E’ una voce leggiadra, quasi un’eco, un sibilo. Pare un bel motivetto, non proprio ballabile, ma che però ti farebbe quasi venire voglia di andare lì e dirgli in faccia di prendere per mano i suoi piani di merda, il suo ego e i suoi pregiudizi e di andarsene tutti e quattro allegramente a fanculo, senza ripresentarsi più. Terminato il siparietto, infine, prima dell’applauso e prima che le nostre forme si nascondano dietro ai tendoni rossi, prenderlo per i fianchi -senza irruenza, giusto appoggiarvici sopra le mani tremanti- e schioccargli sulle labbra un bacio dapprima a stampo e poi meno timido, prolungato tanto quanto basta a ritrovare ancora una volta quel buon sapore che temevi d’esserti scordata. Un bacio distratto in mezzo alla folla, con lui che è frastornato e sconvolto e tu che sei viva e soddisfatta. E scoppiare per ultimo in una fragorosa risata, e abbassare gli occhi, e voler d’improvviso ridere e piangere e urlare, e confondere i pensieri con le paure e i tormenti. Dimenticare i pianti, ricordare la gioia, mordersi le labbra mentre si ripercorrono sorrisi che c’eravamo scambiati e dedicati, tra mille bugie e qualche verità sussurrata in mezzo a parole sdolcinate e retoriche.

E, non ti preoccupare, se tu te lo sei dimenticato ci penso io a ricordarmelo.

Grandi cose a te, vivace creaturina.

“A volte, nelle notti di dicembre mi sembra di vedere tutto chiaro.”

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Tornerà tutto a posto.

Lo farà, oggi probabilmente. Perché le parole bruciano i polpastrelli e intricano la lingua, e allora io scapperò per tornare al centro esatto d’una città qualsiasi, casa nostra.

Stasera scendo in strada a cercarci, lo giuro. Mi metto a urlare e ti faccio un fischio se ci trovo, e se non mi senti vuol dire che sono tornata a dormire prima del valium e di un TSO. A proteggermi sono brava anche da sola, ci credi?

E pure se tu dovessi sentirmi, forse non mi riconoscerai, perché -in verità- non mi hai mai conosciuto. Non hai inidizi ai quali appigliarti, e non ce li ho neppure io, che non so chi sei né dove vuoi andare.

Non ci basterà più una piazza, vero? Non ci basterà la luna, non ci basteranno le luci e il frastuono di chi vacilla ubriaco senza appoggiarsi al muro; nulla è sufficiente quando si vuol fingere che nessuno ci abbia visto o vissuto.

Così è e così sarà. Serberemo quel niente microscopico in una scatola da scarpe rivestita con carta da pacchi a fiori bianchi e rossi, la stessa in cui avevo incartato un paio di pensieri che non ho fatto in tempo a regalarti, e scompariremo. Tutto tornerà a posto, puoi scommetterci. Tutto è già tornato a posto.

E anche io ci ho messo un punto.

 

“Volevo solo scomparire in un abbraccio, confondermi con… E non mi importa se non mi ami più, e non mi importa se non mi vuoi bene.” (Calcutta)

Mezzanotte e trentacinque.

Ti ricordi di quella sera in cui, ad un certo punto, ci fermammo a pochi passi dal lungo muretto e rimanemmo incerti a fissare con gli occhi i grossi edifici al di sopra delle nostre teste? C’erano un sacco di lucette in lontananza, una specie di dirupo avvolto dall’oscurità e contemporaneamente le maestose mura e quei vecchi nidi ormai abbandonati, mastodontici e campeggianti, che ci intimorivano a tal punto da farci quasi subito aumentare il passo. Giusto il tempo di un paio di baci e d’un abbraccio frettoloso che subito eravamo di nuovo svelti sulle nostre gambe, avvinghiati nella dolce morsa degli innamorati, atterriti ma INSIEME, come sempre. Più di sempre, pronti ad andare avanti, oltre.

Ho iniziato ad amare l’idea di perdere il senso dell’orientamento dal momento in cui mi sono resa conto che, dietro ad ogni angolo, c’eri tu, pronto ad indicarmi nuovamente la strada esatta da seguire; l’incerto non mi atterriva più, e piuttosto mi esaltava, eccitava. Era affascinante il modo in cui ripetevi il nome di ogni viuzza e di ogni piazza ogni qualvolta la lambissimo coi nostri respiri, interessante il tono, piacevole il contegno e la pazienza che ci mettevi, con quel tuo odioso fare da perfettino della situazione, così diretto, disciplinato, talvolta rigoroso da spaventarmi e paradossalmente splendido da rapirmi occhi e cuore senza che io potessi neanche accorgermene. E non ne ho fatto un dramma se poi hai optato per vie traverse, non una questione di stato, nessuna catastrofe particolare, ma solo un piccolo screzio, un diverbio inutile e ormai privo di rancori e significato che mi ha spinto, però, a formulare nuovi pensieri e circostanze dal profumo d’incerto e fiducia. Speranza, quella che non mi fa dormire, che bussa ripetitiva alle mie tempie, che brama risposte ormai smarrite in qualche altro universo parallelo al nostro, ove ciò che è stato detto ha più senso di quanto non sia riuscito a trovargliene io, in una notte qualunque, grondante di pianti e di fronte al banalissimo schermo luminoso di uno smartphone.

Vigliacco il modo che ha nascosto la colpa che voleva esser serbata, spaventosa la freddezza e indissolubile il muro d’indifferenza contro il quale ho scagliato tutta me stessa senza riuscire a strappare via dalle tue languide labbra una scusa degna d’essere sussurrata; terrore nei miei occhi contro il gelo nei tuoi: un boato silenzioso si è ripercosso all’altezza del mio stomaco e ha invaso ogni millimetro, trascinandosi dietro una spaventosa scia di solitudine; il capolinea. Non meriti parole sconsiderate o macabre, non meriti eccessive attenzioni né odio. Non meriti proprio un cazzo, pure se questo è per te, per le tue mani e i tuoi occhi, per gli abbracci dentro ai quali ho trovato sicurezze e per le dita che si confondevano ogni volta in una stretta diversa, più sicura della precedente.

Non è un punto, ma un mi manchi. Mi manchi anche se per poco, anche se dopo un po’. Mi manchi e basta, e forse è la prima volta che concedo a me stessa il lusso di ammetterlo. Ammetterlo, senza piangerci sopra o disegnarvi ai lati illusioni; una verità lanciata tra le righe e lasciata in sospeso. E lo scriverei ancora, che mi manchi, se solo potesse servire a qualcosa; lo urlerei appoggiata a quel muretto, oppure in piazza, sotto al campanile, rischiando di passare per pazza; lo inciderei in quella panchina, per poi lasciarne traccia anche in quello che era il punto dei nostri incontri, dove puntualmente non arrivavo mai perché sempre in ritardo. Lo farei, fiera di quel che c’è, ancora.

Uscivo cinque minuti dopo poiché l’idea di incontrarti in strada, intento a camminare verso di me, mi faceva sentire viva, amata. Era divertente fingersi poco puntuale, era divertente vederti arricciare il naso. Eri divertente tu, vicino a me. Mi manchi.

Ciao, piccino mio. E buonanotte.

Te lo meriti. 

Due o tre righe, circoscritte, giusto per limitare i danni e aggiornare questo patetico contenitore di parole. Sei un po’ come uno di quei “non arrenderti mai” che funzionano; tipo l’eccezione che conferma la regola, attesa per troppo e giunta ad un passo dalla resa. Sei stato una catapulta di sensazioni vive, così fresche da risvegliarmi dal torpore che mi aveva ormai viziata, e mi hai portato tanto in alto nel giro di poco, un poco cosmico riconducibile ad una manciata di minuti, quelli che mi sono serviti a capire quanto tu, in verità, non mi fossi indifferente. 
Ho tentato con le forze più disparate di scacciarti via, d’allontanarti dal fulcro d’ogni mia voglia, ma mi bastava una folata del buon gusto della tua pelle a trattenermi sulla strada intrapresa, la stessa che mi ha condotto irrimediabilmente a trovare ristoro tra le tue braccia possenti. 

E prova a spiegarglielo tu ad un cuore malato come il mio il modo per sopravvivere ai tuoi abbracci, prova a fargli intendere che forse dovrebbe rinunciarvi e focalizzarsi su altro, prova a convincerlo del contrario di ciò che sente, se ritieni sia fattibile. 

Ci sono volte in cui mi manchi di notte, altre nelle quali dopo un’ora, altre ancora in cui comincio ad aver di nuovo voglia di te un istante dopo aver attraversato l’enorme portone verde. È spesso buio, e il lastricato blandito solo dalla luce fioca che penetra attraverso la piccola finestrella, io mi porto le dita alla bocca e sospiro intensamente così da raccogliere le tracce del tuo profumo che ci sono rimaste sopra: sbaaam, vorrei tu fossi di nuovo lì, anche solo per un altro istante o minuto, per l’ultimo bacio della giornata, per salutarti allo stesso modo di poco prima, per il gusto di farlo e basta, senza se e senza ma. 
Ripeto che ti odio e che sono una stupida e lo faccio perché ammettere che ti amo mi spaventa a tal punto da troncarmi il respiro in gola. Eppure, ecco fatto, due paroline magiche. 
Ti amo.

Come le spine di rose sui sedili dei treni.

Conficcate nella gommapiuma, nella stoffa blu e lucida, tra i cavi elettrici delle fibre di cotone; scese ormai nel profondo, spinte dalla pressione della vita che scorre inesorabile, ad una manciata di passi di distanza dal cuore pulsante di quell’oggetto qualsiasi senza vita. Stanno lì, ormai, sepolte, soffocate. 

Soffochiamo.

Soffochiamo anche noi. 

Senza appigli. Ingoiati dalla stretta di quelle pareti dapprima morbide. Siamo solo una traccia dimenticata, un forse, un vorrei. Siamo spinti oltre il confine, espatriati, annientati e privati delle nostre facoltà. Un vascello prossimo al naufragio. Anime in bilico sul filo del rasoio, disposte all’all-in, al tutto per tutto. 

Salvatevi, ché nessuno vi salva. Siate egoisti, siatelo tutti. 

” My name is Macklemore. “

Ventidue luglio duemiladiciassette. Ripeto, ventidue luglio duemiladiciassette. Una piazza, un caldo asfissiante e un nome, un nome solo: Macklemore.

E’ uno di quegli istanti nei quali hai piena consapevolezza del fatto che parole tanto adatte a descrivere un certo stato d’animo e un’implosione di emozioni ancora non esistono, vorresti -vorrei- rimanere chiuso nel tuo bel silenzio e goderti la gioia incommensurabile che scorre repentina da atomo in atomo, stravolgendoti letteralmente la quotidianità, senza aggiungere altro, per serbare l’esperienza al sicuro.

Turbolenta, la superficie della mia pelle ancor gioca a rabbrividire al sol ricordo di tanta meraviglia, e nulla mai basterà a chiarificare a voi comuni mortali ciò che io possa aver provato in quelle ore, a pochi metri da lui, con le iridi impiantate tra i suoi lineamenti, alla ricerca di un’intesa e di un sorriso buttato lì per l’emozione, regalato ad una platea impazzita di giovane realtà che acclamava un’icona, adorata e amata, finalmente vista dal vivo in tutta la sua compostezza e capacità.

Chi devo elogiare per questa svolta immensa? Mi prostro di fronte alla vita e la ringrazio; ringrazio il caso e il destino, e ringrazio pure quella volta che mi sono messa ad ascoltare la sua musica per caso, con poche aspettative ma un mare di speranze.

Non mi rivolgerò direttamente a lui, poiché ciò che sento il bisogno di riferirgli è un qualcosa di estremamente privato ed intimo; piuttosto m’appellerò alla circostanza che m’ha permesso di respirare la sua stessa aria e la benedirò per il resto della mia esistenza, riconoscendole il merito di tanta contentezza che -ancora oggi- si tuffa violenta da ogni mio poro.

Innamoratevi anche voi di qualcuno come Ben. Amate la sua musica, il suo modo di pensare ed il suo stile; scioglietevi di fronte alle foto di Tricia e Sloane; permettete al vostro cuore di battere per un qualcosa capace di farvi sentire vivi e capirete subito che ne è valsa la pena. E se vi percepirete alla deriva, in un oceano squarciato dalla burrasca, egli apparirà come appiglio e forza e vi risolleverà, cogliendovi con un nuovo inizio.

Non v’è sorpresa più grande di quella che consegue l’inaspettato, ed io adesso lo so.

” Don’t try to change the world, find something that you love and do it every day, do that for the rest of your life and eventually, the world will change. ”  (Macklemore)

Grazie. Grazie infinite. Grazie di cuore, per sempre.

 

Piccola-crisi-passeggera.

Eccoci, eccomi. Dopo minuti di vita vissuti e circostanze contorte, risolte, approdo in quello che è il mio unico porto sicuro: un angolo di mondo capace d’aspettarmi. E’ un chiaro periodo di transizione quello che scorre flebile e didascalico ai piedi della mia quotidianità; un susseguirsi di requie e sussulti dal ritmo alacre che sconquassano equilibri messi alla prova, posti di fronte ad un bivio, interrogati su quel che dev’essere e quel che sarà. Ma, quel che sarà, resta ancora un’incognita.

Oggi, voglio parlarvi di un fastidioso e ricorrente esserino che rinomineremo tale e che descriveremo come un baldo ragazzotto ormai cresciuto, con le idee ben chiare e un paio d’occhi belli. Paradossalmente, è incomprensibile quanto potente sia la capacità d’una folata di vento di determinare una particolare situazione. Ti svegli e vivi come se nulla fosse e, mannaggia ai santi, non ci pensi proprio allo sbuffo pronto più che mai a rivoltarti la messa in piega.

E invece, antiromanticamente parlando, sei stato proprio uno sbuffo di vento inatteso su un’acconciatura di tre ore dal parrucchiere: cinquanta euro in fumo, col caldo che sembra una trappola mortale, un vecchio Vanity Fair datato agosto 2013 e un paio di riviste di gossip del calibro di Diva e Donna, senza dimenticarsi mai del giallastro Salute & Benessere con l’esclusiva e nuovissima dieta detox per un’estate all’insegna di cremine antiossidanti e ricchissimi piatti a base d’aria e di qualche radice secca: paradiso dell’italiana media.

Grazie, testa di cazzo, grazie per l’inimmaginabile patimento e alla prossima vita, nella speranza che la dea bendata ci colpisca in pieno cuore ad entrambi; così, giusto per limitare l’inutile dispendio di lacrime e imprecazioni.

Sayonara, gente, e che il destino sia con voi (in caso contrario, si raccomandano spensierate gitarelle sui cornicioni di palazzi aventi almeno otto o nove piani, con annesso salto nel vuoto: se sopravvivete, allora vincete il diritto di tornare a sperare in qualcosa, un bacio).